Rileggendo dopo anni l’Opera al nero, mi rendo conto che la Yourcenar ha iniziato a scrivere quel libro a vent’anni.
Figure storiche come quella di Zenone, che non si accontentano di esistere, consci già da allora della differenza tra hardware e software, che ciò che fa di noi esseri unici, più del nostro involucro, che altro non è se non una serie di informazioni codificate nel nostro codice sorgente ATCG, è il nostro ghost, l’anima, lo spirito, i ricordi.
La tendenza dell’uomo a riprodursi, non è dettata solo dall’istinto, ma dalla sua voglia di avvicinarsi al divino, l’atto creativo infatti lo eleva da mera materia organica che si ciba di carogne, vegetali e animali per produrre concime, per portarlo sul piano di un software che può cambiare hardware, per averne nuovi o potenziati. Per sentirsi eterno, per non accettare la propria insignificanza comparata alla magnificienza di un eruzione o alla maestosità di un ghiacciaio.
Fatti non fummo a viver come bruti. Ma per avere anche solo la scintilla primordiale di una presa di coscienza di questo tipo è necessario oggi avere la forza di scrollarsi le pesanti cappe che annullano il respiro, l’alito, la speme. LA religione, questo filtro tra noi e l’oltre noi, che come l’aria condizionata, crea ambienti e spazi solo apparentemente più comodi, ma alla lunga poco salubri.

Il sesso, la cui attrazione, repulsione, ricerca, mancanza, abbondanza, occupa in concorrenza con la religione, buona parte del disco rigido, di tantissimi individui.
Lo sport 
che quando non è praticato ma tifato e basta diventa il nostro panem et circenses.
Le contingenze del quotidiano, le malattie, gli affetti, gli odi, sono tutte trappole, gabbie, catene che ci aseparano dai nostri reali desideri.
Occorre, bisogna, è necessario avere il coraggio, la spavalderia, di guardare tutto per quello che è, dritto negl’occhi.
“Verrà la morte, e avrà i tuoi occhi”